Cibo e memoria: cosa dice la scienza sul legame tra alimentazione e declino cognitivo

Cibo e memoria: cosa dice la scienza sul legame tra alimentazione e declino cognitivo

La ricerca scientifica si mostra sempre più attenta a come la quotidianità influenza il declino cognitivo, visto anche il numero costantemente in aumento di persone anziane nella popolazione mondiale. L’alimentazione è uno degli elementi che più impregnano la cultura degli individui, soprattutto in un paese come il nostro. Ma l’alimentazione, essendo vitale, influenza la vita stessa e le sue componenti. Fra queste il funzionamento cognitivo, il cui declino è influenzato dal cibo ben prima che compaiano diagnosi cliniche di demenza. Dal declino soggettivo alla demenza: una lunga traiettoria Il declino cognitivo, per definizione, non accade all’improvviso. Tra un invecchiare il più possibile sano e la demenza conclamata esiste una fase intermedia, che può durare per diversi anni. In alcuni casi, il primo segnale è una percezione soggettiva di peggioramento della memoria o dell’attenzione, definita in letteratura subjective cognitive decline (SCD). L’SCD, pur in assenza di deficit neuropsicologici, è considerata un possibile stadio precoce del continuum neurodegenerativo. Di conseguenza la ricerca si è avvicinata allo studio di fasi precoci del declino cognitivo legandole all’alimentazione per capire quali siano gli elementi associati ad un rischio contenuto verso forme più gravi di deterioramento cognitivo. Lo stato nutrizionale conta (più di quanto si pensi) Lo stato nutrizionale globale indica quanto una persona è ben nutrita. Dati longitudinali provenienti da contesti clinici mostrano che la malnutrizione, un troppo basso indice di massa corporea e una massa magra ridotta sono correlati sia al deterioramento soggettivo sia alla demenza di Alzheimer. Ne fuoriesce un punto focale: non è solo l’eccesso calorico a essere problematico, ma anche l’insufficienza nutrizionale. Questo perché il cervello è dispendioso a livello energetico e metabolico; se sottoposto persistentemente a carenze energetiche o proteiche è più vulnerabile a processi neurodegenerativi in atto. Non solo di pane vive l’uomo Per avere un quadro più approfondito è necessario considerare anche i singoli alimenti e nutrienti. Ampi studi longitudinali (dunque seguendo le persone per un periodo prolungato) indicano che un’elevata assunzione di alimenti vegetali ricchi di composti bioattivi – ad esempio flavonoidi e carotenoidi – è associata a una minore probabilità di declino cognitivo soggettivo nel tempo. Fra gli alimenti che emergono in maniera costante tra quelli che favoriscono un buon invecchiamento ci sono: frutti di bosco, agrumi, verdure a foglia verde e legumi. I meccanismi che sono influenzati da questi alimenti sono molti (ad esempio un miglioramento della funzione vascolare), presi in modo isolato non sono risolutivi ma nel lungo termine contribuiscono positivamente rallentando il declino cognitivo. Studi recenti suggeriscono come le fonti proteiche prevalentemente vegetali (legumi, frutta secca) e alcune fonti animali (pesce, pollame) siano associate a un miglior profilo cognitivo rispetto a un’alimentazione ricca di carni rosse, soprattutto se processate. Un’analisi longitudinale su oltre 130.000 adulti seguiti per oltre quarant’anni fa notare come un consumo elevato di carni rosse lavorate sia associato a un aumento del rischio di demenza e a un’accelerazione dell’invecchiamento cognitivo. L’effetto opposto lo ha la sostituzione di una porzione quotidiana di carne processata con legumi o frutta secca. È importante capire che non si tratta di demonizzare un solo alimento, ma di considerare come le scelte ripetute possano portare a conseguenze differenti. I modelli alimentari sono utili? Quando la scienza nutrizionale smette di analizzare singoli nutrienti e guarda ai modelli alimentari complessivi, il messaggio diventa più coerente e comprensibile. Schemi dietetici come la dieta mediterranea, la DASH (di cui l’obiettivo principe è il controllo della pressione arteriosa) e soprattutto la MIND diet (che combina elementi delle precedenti con un’enfasi su verdure a foglia verde e frutti di bosco) sono associati a una progressione ridotta del declino cognitivo e a una minore presenza delle lamentele cognitive soggettive. È logico pensare che i modelli alimentari non siano totalmente diversi gli uni dagli altri, difatti condividono alcuni elementi, quali: abbondanza di alimenti vegetali e grassi insaturi, moderazione nel consumo di carni rosse e prodotti ultraprocessati. Queste indicazioni son ben lontane dal rappresentare uno dieta precisa e ferrea ma sono degli stili alimentari flessibili e facilmente sostenibili nel lungo periodo.  Conclusioni L’alimentazione non cura la demenza, ma contribuisce a ridurre il rischio di sviluppare o far progredire il declino cognitivo. Non esistono superfood ciò che conta davvero è la qualità complessiva della dieta che avrà conseguenze a lungo termine, cercando di evitare sia gli eccessi negativi sia la malnutrizione preservando la massa muscolare. Insomma, seguire uno stile di alimentazione sano, ascoltando quando possibile i consigli di un nutrizionista, non solo è utile ma anche semplice da attuare nella quotidianità. Bibliografia

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