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Il villaggio di De Hogeweyk: una nuova visione della cura

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Il villaggio di De Hogeweyk: una nuova visione della cura

Immagina di entrare in un quartiere tranquillo, con stradine curate, un piccolo supermercato, un bar dove fermarsi a chiacchierare e qualche casa affacciata su una piazza. Nulla di strano, se non fosse che questo luogo è stato progettato per accogliere persone con forme avanzate di demenza. È un villaggio nei Paesi Bassi che ha rivoluzionato il modo di pensare l’assistenza, trasformandola da semplice cura sanitaria a vera esperienza di vita.

A prima vista, De Hogeweyk non assomiglia affatto a una casa di riposo. Non ci sono corridoi sterili o stanze impersonali, ma abitazioni, spazi condivisi e luoghi di incontro. Qui gli abitanti, perché è così che vengono chiamati, possono muoversi liberamente, uscire di casa, fare la spesa o sedersi al bar. Tutto avviene in un ambiente protetto, certo, ma progettato per sembrare il più possibile normale. Ed è proprio questa normalità a essere la chiave del progetto.

L’idea di fondo è tanto intuitiva quanto rivoluzionaria: anche quando la memoria vacilla e la realtà diventa confusa, il bisogno di sentirsi a casa, di riconoscere gesti e spazi familiari, resta fondamentale. Le strutture tradizionali tendono a mettere al centro la sicurezza e la gestione clinica, De Hogeweyk ribalta questa prospettiva: la sicurezza c’è, ma si nasconde, lasciando spazio alla vita quotidiana.

 

Fondazione e origini dell’idea

L’idea nasce da una forte insoddisfazione verso i modelli tradizionali di assistenza, spesso considerati troppo impersonali e rigidi perché mettono al centro soprattutto la sicurezza e i bisogni fisici, trascurando la qualità della vita delle persone.

Il progetto prese forma lentamente, a partire dal 1993, fino ad arrivare all’inaugurazione ufficiale nel 2009. A rendere possibile questa trasformazione è stato il lavoro del Vivium Care Group, insieme a figure chiave come Jannette Spiering ed Eloy van Hal e con la collaborazione di architetti dello studio BuroKade, tra cui Frank van Dillen e Michael Bol, trasformando questa visione in uno spazio concreto.

Il risultato è un luogo che non sembra una struttura sanitaria ma un vero quartiere, progettato per restituire alle persone una vita il più possibile normale, anche in presenza della malattia.

 

Progettare la normalità

La struttura del villaggio ha un ruolo centrale. Non si tratta semplicemente di costruire edifici, ma di progettare un’esperienza, infatti, ogni dettaglio del villaggio è pensato per aiutare gli abitanti a orientarsi e sentirsi a proprio agio.

Le case, ad esempio, non sono tutte uguali: riflettono diversi stili di vita, legati alla cultura e alle abitudini delle persone. C’è la casa più tradizionale, quella più borghese, quella con un’impronta religiosa. Questa varietà non è solo estetica, ma profondamente funzionale, perché vivere in un ambiente che richiama il proprio passato aiuta a mantenere un senso di continuità, anche quando i ricordi si fanno frammentari.

Il villaggio comprende una ventina di abitazioni, ma anche spazi pubblici come il supermercato, il ristorante o il teatro. Non sono solo scenografie, sono luoghi reali, frequentati anche da persone esterne, che contribuiscono a rendere De Hogeweyk un quartiere che dialoga con l’esterno, riducendo la separazione spesso netta tra chi vive la malattia e il resto della società.

Naturalmente la sicurezza resta una priorità, ma invece di essere evidente e invasiva è integrata nel sistema. L’accesso al villaggio è controllato e il personale è sempre presente, anche se non sempre riconoscibile a prima vista. Non ci sono camici o uniformi: gli operatori si muovono come vicini di casa, partecipano alla vita quotidiana, cucinano, parlano, accompagnano. In questo modo si riesce a trovare un equilibrio tra libertà, sicurezza e dignità personale.

Nel villaggio vivono circa 150 persone affette da forme avanzate di Alzheimer o altre demenze divisi in piccoli gruppi. Ogni casa ospita sei o sette persone, che condividono gli spazi comuni ma mantengono una stanza privata. La giornata è fatta di attività semplici: preparare i pasti, apparecchiare, fare una passeggiata. Sono gesti quotidiani che, in altri contesti, potrebbero sembrare insignificanti, ma che qui diventano strumenti fondamentali per mantenere autonomia e identità.

Alla base di tutto c’è un principio chiaro: la cosiddetta “terapia del ricordo”. Invece di contrastare la perdita di memoria solo con farmaci, si cerca di lavorare sull’ambiente, sugli oggetti e sulle abitudini: una cucina familiare, una musica conosciuta, un rituale quotidiano possono fare più di molte terapie nel ridurre ansia e disorientamento. Non si tratta di negare la realtà, ma di adattarla in modo che sia più vivibile.

Un ruolo importante è svolto anche dai volontari, che partecipano attivamente alla vita del villaggio organizzando attività, laboratori, momenti di svago. La loro presenza contribuisce a creare una rete di relazioni che rende il luogo dinamico e accogliente.

 

Lo studio funziona?

Le esperienze raccolte mostrano che questo modello di cura non è solo affascinante dal punto di vista teorico, ma produce anche effetti concreti sul benessere delle persone, pur lasciando aperto un dibattito etico.

Dal punto di vista della salute, uno dei risultati più evidenti è la forte riduzione dell’uso di farmaci, in particolare degli antipsicotici. Nel tempo si è passati da un utilizzo molto diffuso a una percentuale decisamente più bassa, segno che un ambiente più sereno e familiare può ridurre la necessità di interventi farmacologici.

Anche la qualità della vita sembra migliorare. Gli abitanti si muovono di più, partecipano alle attività, mostrano meno segni di agitazione. Vivere in un contesto che riproduce la normalità aiuta a ridurre quella sensazione di smarrimento che spesso accompagna la demenza. Alcuni studi e osservazioni suggeriscono persino un possibile impatto positivo sulla durata della vita, anche se su questo punto la ricerca è ancora in corso.

Non meno importante è l’effetto su chi lavora nel villaggio. Infatti, gli operatori riportano una maggiore soddisfazione, perché il loro ruolo è meno legato alla gestione clinica e più alla relazione. Questo cambia profondamente il modo di vivere il lavoro, rendendolo meno stressante e più significativo.

Naturalmente, non mancano le criticità. Il costo di una struttura così complessa è elevato, e questo rappresenta un ostacolo alla sua diffusione. Inoltre, il modello solleva alcune questioni etiche. C’è chi lo considera una sorta di “finzione”, un ambiente costruito che non corrisponde alla realtà esterna. Altri, invece, ritengono che questa scelta sia giustificata, perché permette di ridurre la sofferenza e migliorare il benessere delle persone.

In fondo, la domanda è semplice ma profonda: è più importante aderire a una realtà che può essere fonte di angoscia, o creare un ambiente che permetta di vivere meglio, anche se in parte ricostruito? De Hogeweyk sembra rispondere senza esitazione, mettendo al centro la qualità della vita.

Negli ultimi anni, questo modello ha attirato l’attenzione di molti Paesi, ispirando progetti simili in diverse parti del mondo. Non si tratta solo di replicare una struttura, ma di adottare una filosofia, di considerare la persona prima della malattia, e la vita quotidiana come parte integrante della cura.

E allora viene spontaneo chiedersi: un modello come questo, così attento alla dignità, alla libertà e alla normalità, potrebbe essere realizzato anche in Italia?

di Aurora Nappi, Dottoressa in Pianificazione Territoriale Urbanistica e Ambientale

 

Bibliografia

Brainer. (2021, 14 giugno). Hogewey: il villaggio olandese dedicato all’Alzheimer.

Carpenter, D. (2025, 5 novembre). The Remarkable De Hogeweyk “Dementia Village”- A Blueprint For Living With End Stage Dementia. Dementia Alliance International.

Darvo, G. (2019). Uno spazio di cura deve essere uno spazio aperto. Recenti Progressi in Medicina, (Suppl 2), 12-13.

Di Palma, C. (s.d.). Relazione sul villaggio Alzheimer De Hogeweyk di Weesp. ANSDIPP Sezione Toscana.

Manzi, R. (2023, 6 novembre). Il villaggio dove chi è affetto da demenza viene curato con la “terapia del ricordo”. greenMe.

Pedro, C., Duarte, M., Jorge, B., & Freitas, D. (s.d.). Dementia villages: rethinking dementia care. Hospital de Braga, Psychiatry Department.

Tierney, L., Doherty, K., Breen, J., & Courtney-Pratt, H. (2022). Community expectations of a village for people living with dementia. Health & Social Care in the Community, 30, e5875–e5884. https://doi.org/10.1111/hsc.14018

Vivium Care Group. (s.d.). The Hogeweyk Dementia Village ~ Care concept. https://hogeweyk.dementiavillage.com

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