Una delle sfide mondiali più intricate della medicina applicata riguarda il trattamento della demenza di Alzheimer, malattia neurodegenerativa progressiva, su cui si sono incentrate numerose ricerche per identificarne le cause e le possibili soluzioni.
Purtroppo, ad oggi non abbiamo tra le mani una risposta risolutiva a una questione che d’altra parte risulta delicata, urgente e sofisticata.
Attualmente nel mondo le persone affette da questa malattia, prima demenza per incidenza, sono più di 40 milioni e solamente in Italia si riconoscono 1,4 milioni di casi, secondo il report di Alzheimer Europe.
A rendere la questione ancora più allarmante è il tasso di crescita previsto per il nostro territorio: nel 2050 le persone coinvolte saranno 2,2 milioni (praticamente 4 persone su 100); un + 54% che si tradurrà molto probabilmente in un primato negativo che renderà l’Italia il primo paese dell’Unione Europea per incidenza in rapporto alla popolazione (https://www.alzheimer-europe.org/news/new-alzheimer-europe-report-projects-64-increase-dementia-across-europe-2050?language_content_entity=en).
Detto ciò, come evitare che l’anzianità si riveli una deriva preoccupante per l’individuo?
Questa, come detto precedentemente, è la sfida mondiale che preoccupa l’avanguardia medica e “grida” urgenza a chi si occupa di stilare statistiche.
Cosa sappiamo finora
Dietro al “mistero” della malattia sono stati individuati negli anni più fenomeni bio-fisiologici e sociali che con essa correlati. Tra questi si riconoscono:
- indicatori specifici di rischi vascolari (come ipertensione arteriosa1 e il diabete mellito2), cardiopatie (“cardiogenic dementia”3 e fibrillazione atriale4), deficit ventilatori (come la broncopneumopatia cronica ostruttiva5, la sindrome delle apnee notturne6), o ancora deficit tiroidee7, degli ormoni sessuali8 e surrenaliche9,
- carenze nutrizionali dall’impatto rilevante e immediato che interessano gli acidi grassi corporei10, gli aminoacidi11, le vitamine12, il microbiota intestinale13, uridina e colina 14,
- la solitudine che affligge la vita della persona da più punti vista, sia in maniera diretta che indiretta, inducendo stress cronico e ansia (Salinas et al., 2022; Mah, Szabuniewicz e Fiocco, 2016).
Per questi motivi i suggerimenti più intuitivi, conosciuti e probabilmente più utili per fronteggiare al meglio possibile questi fattori sono la definizione di uno stile di vita sano che integra attività fisica regolare, relazioni sociali stabili, una corretta alimentazione, un sonno di qualità.
Una prospettiva promettente
Ciononostante, sono stati identificati due rilevanti fattori biochimici, il cui controllo potrebbe rappresentare una “via risolutiva”: le proteine “beta amiloide” e “tau” sembrano correlare con la maggior parte degli scompensi e comportamenti disfunzionali sopra citati; è stato osservato che esse, in condizioni patologiche, subiscono un cambiamento strutturale e tendono ad accumularsi, danneggiando i neuroni e causando un declino cognitivo e di memoria nella persona (Jianping et al., 2024)
Perciò sono stati proposti due anticorpi specifici per fermare l’attività di queste proteine in soggetti che presentano una demenza cognitiva in fase inziale. L’utilizzo di tali anticorpi rappresenterebbe ad oggi la principale speranza per la medicina moderna.
Nel 2020 sono comparsi i primi studi che esploravano le potenzialità di questi anticorpi a livello teorico; di anno in anno il numero delle ricerche a riguardo sono cresciute esponenzialmente e ad oggi gli esperti possono trarre le prime conclusioni grazie ai vari trattamenti sperimentali portati a termine.
Di che anticorpi stiamo parlando?
Il primo si chiama Lecanemab, un anticorpo diretto contro la proteina beta-amiloide (Aβ) approvato nel 2023 dalla FDA e indicato per il trattamento dell’AD in fase iniziale.
Per dare un giudizio completo dei trattamenti somministrati i ricercatori considerano non sono solo i biomarcatori rilevanti osservati grazie a tecniche potenti di neuroimmagine ma si affidano anche a valutazioni cliniche che riguardano molteplici misure di cognizione, funzionalità e qualità della vita.
I primi studi sull’anticorpo hanno dimostrato che stiamo parlando di un trattamento statisticamente sicuro: somministrato in contesto clinico a migliaia di pazienti, è stato generalmente ben tollerato dai soggetti con occasionali eventi avversi come microemorragie o edemi celebrali (Honig et al., 2024).
In aggiunta Swanson e i suoi colleghi osservano che una somministrazione di Lecanemab ogni due settimane per 18 mesi comporta una riduzione dell’amiloide cerebrale accompagnata da una riduzione costante del declino clinico (Swanson et al., 2021).
Dunque le sperimentazioni fatte finora sottolineano che il trattamento benefico con Lecanemab è nel complesso sufficientemente sicuro ed è efficace, anche a lungo termine, con risultati positivi oltre ai 36 mesi di somministrazione (van Dyck et al., 2025)
Questi dati sono promettenti e meritano di essere incrementati in futuro vista la rilevanza quasi “salvifica” che possono avere in un contesto grave come il nostro.
Il secondo anticorpo monoclonale è il Donanemab e funziona in modo simile al Lecanemab poiché è progettato per eliminare le placche amiloidi celebrali e rallentare l’accumulo della proteina tau.
Diversi studi dimostrano che nei partecipanti con malattia di Alzheimer sintomatica in fase iniziale, che presentano una patologia amiloide e tau, il Donanemab ha rallentato significativamente la progressione clinica a 76 settimane nei soggetti con livelli di tau bassi/medi e nella popolazione con patologia tau sia bassa/media che alta (Sims et al., 2023).
Oltretutto la durata dell’effetto non è indifferente: ad oggi sappiamo che nell’arco di 3 anni, i pazienti affetti da Alzheimer in fase iniziale e sintomatica che vengono trattati con Donanemab per 18 mesi dimostrano benefici clinici crescenti e un profilo di sicurezza costante; dunque l’effetto benefico persiste anche dopo la sospensione della terapia (Zimmer et al., 2026).
Anche questo farmaco viene somministrato tramite infusione endovenosa con cadenza settimanale o mensile a seconda del trattamento stabilito.
Ricapitolando, il Donanemab ha dimostrato di essere efficace nel rallentare la progressione dell’Alzheimer nelle sue fasi iniziali e, nonostante gli effetti collaterali come l’edema cerebrale, i benefici superano i rischi.
La FDA aveva precedentemente respinto il Donanemab per insufficienza di dati, ma nel 2024 ha riconsiderato la sua decisione, definendo il farmaco (prodotto dalla casa farmaceutica Elly Lilly) una concreta speranza per il trattamento della malattia di Alzheimer, soprattutto per coloro che si trovano nelle fasi iniziali (https://neurosciencenews.com/donanemab-alzheimers-fda-26286/).
Nuove considerazioni sui rischi
La ricerca guidata dal dottor Joseph Masdeu, direttore del Nantz National Alzheimer Center and Neuroimaging, e recentemente pubblicata sull’American Journal of Neuroradiology, ha esaminato pazienti affetti da Alzheimer che presentavano edema da anomalie di imaging correlate all’amiloide (ARIA-E), riportando una conclusione sorprendente: per anni, l’edema cerebrale è stato l’effetto collaterale più temuto dei farmaci di ultima generazione per l’Alzheimer, come lecanemab e donanemab.
Conosciuto come ARIA-E (anomalia di imaging correlata all’amiloide con edema), questo edema solitamente induce i medici a sospendere o rallentare il trattamento; tuttavia, un nuovo studio rivoluzionario suggerisce che questo “evento avverso” potrebbe in realtà essere un segno che il farmaco sta avendo successo. Infatti nell’80% dei pazienti studiati, le regioni cerebrali che hanno manifestato ARIA-E (gonfiore) hanno mostrato una riduzione più sostanziale delle placche amiloidi tossiche (Finn et al., 2026).
Con questa scoperta dell’ultimo anno, si intuisce che l’edema altro non è che un effetto collaterale “produttivo” e che il gonfiore sia il segnale dell’attività incessante del “sistema di pulizia” del cervello.
A livello nazionale è stato realizzato uno studio osservazionale in condizioni di pratica clinica reale presso il Centro per la Malattia di Alzheimer e Malattie Correlate dell’IRCCS Ospedale San Raffaele (Milano, Italia): 20 pazienti con malattia di Alzheimer sintomatica in fase iniziale sono stati trattati con donanemab e 9 con lecanemab per la durata di un anno.
Dalle osservazioni si evince che il trattamento ha avuto il successo sperato: entrambi i farmaci hanno dimostrato un profilo di sicurezza favorevole con reazioni ARIA infrequenti. Seppur le misure cognitive non abbiano mostrato cambiamenti significativi, i biomarcatori hanno rilevato sia una riduzione dei livelli plasmatici di tau che del carico di amiloide – addirittura azzerata in 75% dei pazienti trattati con donanemab (Agosta et al., 2026).
Questo traguardo scientifico è un’esperienza positiva che dimostra la fattibilità di una terapia anti-amiloide, suggerendo la replicazione a livello europeo di un percorso simile, ossia ben strutturato, monitorabile, sicuro e misurabile.
Non ci resta che accompagnare questo processo e trarre nuove conclusioni sul se e sul come queste terapie vengono realizzate nelle cliniche europee e non solo.
Nell’ultimo appuntamento di giugno ’26 la Commissione Scientifica ed Economica del Farmaco (Cse) dell’Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco) è stato esposto un parere negativo sui due farmaci: “il beneficio clinico è modesto e i rischi non sono trascurabili. La differenza rispetto al placebo è al di sotto della soglia di rilevanza clinica” e raccomandano trattamenti non farmacologici (https://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/alzheimer-da-aifa-no-alla-rimborsabilita-di-lecanemab-e-donanemab/).
D’altra parte le principali società scientifiche neurologiche hanno chiesto di riaprire il confronto, presentando controargomentazioni sul parere esposto e chiedendo una analisi migliore dei dati provenienti dai trial clinici (https://www.aboutpharma.com/sanita-e-politica/malattia-di-alzheimer-i-neurologi-chiedono-ad-aifa-di-riaprire-il-confronto-su-lecanemab-e-donanemab/).
Ad ogni modo, seppure non si possa parlare di una cura definitiva ma di una valida opzione terapeutica, ad oggi abbiamo un’immagine più nitida di questo “male misterioso” e potremmo essere agli albori di una svolta epocale, potenzialmente capace di fermare questa piaga sociale.
Conclusioni
Dunque, come fronteggiare la demenza d’Alzheimer?
Generalmente la medicina opta per un approccio multidimensionale con declinazioni differenti a seconda della demenza in questione: l’intento è integrare un trattamento farmacologico ad un percorso di psico-riabilitazione strutturato, considerando nella maniera più completa possibile la malattia in tutti i suoi aspetti principali.
La prima modalità è il rimedio diretto per agire chimicamente sul sistema nervoso dove esso risulta carente o alterato nel suo funzionamento naturale; nel caso della demenza d’Alzheimer in fase iniziale potremmo affidarci, in un futuro forse non troppo lontano, ai due anticorpi di cui abbiamo parlato.
Mentre la seconda modalità punta a compensare l’area cognitiva e quella emotivo-affettiva dell’apparato psichico attraverso un percorso graduale e duraturo; è una strategia sicuramente efficace per l’equilibrio psichico della persona anziana.
I due percorsi di cura sono sinergici per il benessere della persona in difficoltà.
Bibliografia
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2 Gudala, K., Bansal, D., Schifano, F., & Bhansali, A. (2013). Diabetes mellitus and risk of dementia: A meta-analysis of prospective observational studies. Journal of diabetes investigation, 4(6), 640–650. https://doi.org/10.1111/jdi.120873 Connors et al 2021
3 AlRawili, N., Al-Kuraishy, H. M., Al-Gareeb, A. I., Abdel-Fattah, M. M., Al-Harchan, N. A., Alruwaili, M., Papadakis, M., Alexiou, A., & Batiha, G. E. (2025). Trajectory of Cardiogenic Dementia: A New Perspective. Journal of cellular and molecular medicine, 29(2), e70345. https://doi.org/10.1111/jcmm.70345
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6 Ju, Y. S., Zangrilli, M. A., Finn, M. B., Fagan, A. M., & Holtzman, D. M. (2019). Obstructive sleep apnea treatment, slow wave activity, and amyloid-β. Annals of neurology, 85(2), 291–295. https://doi.org/10.1002/ana.25408
7 Kim, J. H., Lee, H. S., Kim, Y. H., Kwon, M. J., Kim, J. H., Min, C. Y., Yoo, D. M., & Choi, H. G. (2022). The Association Between Thyroid Diseases and Alzheimer’s Disease in a National Health Screening Cohort in Korea. Frontiers in endocrinology, 13, 815063. https://doi.org/10.3389/fendo.2022.815063
8 Gurvich, C., Hoy, K., Thomas, N., & Kulkarni, J. (2018). Sex Differences and the Influence of Sex Hormones on Cognition through Adulthood and the Aging Process. Brain sciences, 8(9), 163. https://doi.org/10.3390/brainsci80901639 zheng et al 2020
9 Zheng, B., Tal, R., Yang, Z., Middleton, L., & Udeh-Momoh, C. (2020). Cortisol hypersecretion and the risk of Alzheimer’s disease: A systematic review and meta-analysis. Ageing research reviews, 64, 101171. https://doi.org/10.1016/j.arr.2020.101171
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11 Aquilani, R., Cotta Ramusino, M., Maestri, R., Iadarola, P., Boselli, M., Perini, G., Boschi, F., Dossena, M., Bellini, A., Buonocore, D., Doria, E., Costa, A., & Verri, M. (2023). Several dementia subtypes and mild cognitive impairment share brain reduction of neurotransmitter precursor amino acids, impaired energy metabolism, and lipid hyperoxidation. Frontiers in aging neuroscience, 15, 1237469. https://doi.org/10.3389/fnagi.2023.1237469
12 Mustafa Khalid, N., Haron, H., Shahar, S., & Fenech, M. (2022). Current Evidence on the Association of Micronutrient Malnutrition with Mild Cognitive Impairment, Frailty, and Cognitive Frailty among Older Adults: A Scoping Review. International journal of environmental research and public health, 19(23), 15722. https://doi.org/10.3390/ijerph192315722
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Alzheimer. Da Aifa no alla rimborsabilità di lecanemab e donanemab
https://www.aboutpharma.com/sanita-e-politica/malattia-di-alzheimer-i-neurologi-chiedono-ad-aifa-di-riaprire-il-confronto-su-lecanemab-e-donanemab/

