Lo studio Dunedin: le traiettorie di salute si differenziano da giovani

Lo studio Dunedin: le traiettorie di salute si differenziano da giovani

Pensiamo all’invecchiamento come un processo che “accade” dopo i sessant’anni, un declino inevitabile caratterizzato da rughe e capelli bianchi. Tuttavia, la geroscienza moderna (come lo studio Dunedin) sta ribaltando questa prospettiva, dimostrando che la vecchiaia non è un interruttore che si attiva improvvisamente, ma un processo cumulativo che inizia molto prima di quanto immaginiamo.

Entro il 2050, il numero di persone nel mondo con più di 80 anni triplicherà, raggiungendo la cifra impressionante di 400 milioni. Questa transizione demografica porta con sé un aumento esponenziale del carico di malattie croniche e disabilità. La vera sfida scientifica del XXI secolo non è solo vivere più a lungo, ma estendere la nostra “healthspan”, ovvero gli anni vissuti in piena salute. E per farlo, dobbiamo smettere di studiare solo gli anziani e iniziare a guardare i giovani.

Lo “Studio di Dunedin”

La maggior parte della ricerca sull’invecchiamento umano si concentra sugli anziani, che spesso presentano già malattie croniche stabilizzate. Questo rende difficile distinguere i processi di invecchiamento puro dalle conseguenze delle patologie. Dunque un team internazionale di ricercatori ha analizzato i dati del Dunedin Multidisciplinary Health and Development Study. Trattasi di una coorte di circa 1.000 individui nati in Nuova Zelanda tra il 1972 e il 1973.

Questi partecipanti sono stati seguiti dalla nascita fino all’età di 38 anni con una ritenzione del 95%. Poiché tutti i membri della corte hanno la stessa età cronologica, lo studio offre un’opportunità unica: osservare come i corpi di persone della stessa età iniziano a divergere nelle loro traiettorie di salute prima ancora che compaiano le malattie croniche.

 

Oltre la data di nascita: Età Biologica e Tasso di Invecchiamento

I ricercatori hanno sviluppato due metodi innovativi per quantificare questo processo. Il primo è l’ Età Biologica , un algoritmo basato su 10 biomarcatori (precedentemente validato su migliaia di persone negli USA) che fornisce un’istantanea dell’integrità fisiologica. I risultati sono stati scioccanti: tra i partecipanti, che avevano tutti rigorosamente 38 anni cronologici, l’Età Biologica variava dai 28 ai 61 anni. In pratica, alcuni trentottenni avevano il corpo di un ventottenne, mentre altri avevano già la fisiologia di un uomo di sessant’anni.

Il secondo metodo, ancora più preciso, è il Tasso di Invecchiamento . Monitorando 18 biomarcatori (che includono funzioni polmonari, renali, epatiche, immunitarie e dentali, oltre al colesterolo e alla lunghezza dei telomeri) a 26, 32 e 38 anni, i ricercatori hanno calcolato la velocità di declino di ogni individuo. Notarono che la maggior parte invecchiava al ritmo di un anno biologico, mentre alcuni soggetti mostravano un ritmo quasi triplo.

 

I segnali del declino: non è solo una questione estetica

Chi invecchiava più velocemente non mostrava solo dati alterati nelle analisi del sangue. Il declino era visibile e misurabile in ogni aspetto della loro vita:

  1. Funzione fisica: Gli individui biologicamente più “vecchi” mostravano prestazioni inferiori nei test di equilibrio (unipedal stance), una minore forza nella presa (grip force) e peggiori capacità motorie fini. Già a 38 anni, si riferivano di avere maggiori limitazioni fisiche nelle attività quotidiane.
  2. Il Cervello e gli Occhi: Lo studio ha rivelato un invecchiamento precoce del sistema nervoso. Chi aveva un’Età Biologica avanzata mostrava un declino cognitivo rispetto ai test effettuati durante l’infanzia, in particolare nelle “abilità fluide” come la velocità di elaborazione. Inoltre, l’analisi delle immagini ad alta risoluzione della retina ha mostrato vasi sanguigni (arteriole e venule) con anomalie simili a quelle associate al rischio di ictus e demenza negli anziani. La retina, infatti, funge da “finestra” sui microvasi del cervello.
  3. L’aspetto esterno: Forse il dato più curioso è che l’invecchiamento interno si riflette fedelmente all’esterno. Un panel di studenti universitari, osservando semplici fotografie facciali dei partecipanti senza conoscerne l’età, ha sistematicamente valutato come “più vecchi” proprio coloro che avevano un’Età Biologica e un Ritmo di Invecchiamento più rapido.

 

Conclusione

L’implicazione più profonda di questo studio è che l’invecchiamento non è un processo invisibile e intoccabile fino alla vecchiaia. Al contrario, può essere quantificato e monitorato già nei giovani adulti. Questo apre la porta a una nuova era della medicina preventiva:

  • Identificazione precoce: possiamo identificare chi sta invecchiando velocemente prima essa che sviluppi una patologia debilitante.
  • Test di terapie anti-invecchiamento: misurare oggi come rallentare il Tasso di Invecchiamento conviene a qualsiasi soluzione futura come farmaci o stili di vita sani.
  • Interventi mirati: avversità infantili e fattori genetici influenzano la produttività e la qualità della vita dunque vanno compresi per poter intervenire precocemente.

 

Lo studio Dunedin ci insegna che il nostro corpo inizia a raccontare la storia della sua vecchiaia molto presto. Tuttavia, identificare questi segnali a 30 anni ci dà il potere di riscrivere il finale della nostra storia biologica.

Il futuro della longevità si gioca nelle scelte e nel monitoraggio della nostra salute durante la giovinezza.

 

 

Bibliografia:

DW Belsky, A. Caspi, R. Houts, HJ Cohen, DL Corcoran, A. Danese, H. Harrington, S. Israel, ME Levine, JD Schaefer, K. Sugden, B. Williams, AI Yashin, R. Poulton e TE Moffitt, Quantificazione dell’invecchiamento biologico nei giovani adulti, Proc. Natl. Accademia. Sci. USA 112 (30) E4104-E4110, https://doi.org/10.1073/pnas.1506264112 (2015).

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