Già nel 2024, l’Oxford English Dictionary aveva scelto “brain rot” (letteralmente “marciume cerebrale”) come parola dell’anno. Il termine descrive quella sensazione di svuotamento mentale che deriva dal consumo eccessivo di contenuti digitali di scarsa qualità. Per anni, questa paura ha alimentato l’ipotesi della “demenza digitale”, ovvero l’idea che l’uso pervasivo della tecnologia stia atrofizzando le nostre capacità cognitive esternalizzando funzioni come la memoria o l’orientamento. Ma per chi oggi ha più di 50 anni — i cosiddetti
“pionieri digitali” — la scienza sta riscrivendo completamente questa narrazione. Una monumentale meta-analisi pubblicata nell’aprile 2025 sulla prestigiosa rivista Nature Human Behaviour ha ribaltato i pregiudizi. I ricercatori Jared Benge e Michael Scullin hanno esaminato i dati di oltre 411.000 adulti, scoprendo che l’uso regolare di computer, smartphone e internet è associato a una riduzione del 58% del rischio di compromissione cognitiva. Non si tratta di una correlazione casuale: anche tenendo conto di fattori come l’istruzione, il reddito e la salute fisica, l’effetto protettivo della tecnologia rimane uno dei più potenti mai documentati.
La nascita della “Riserva Tecnologica”
Il concetto chiave emerso da questa ricerca è la “Riserva Tecnologica”. Proprio come lo studio o l’apprendimento di una lingua straniera creano una riserva cognitiva che protegge il cervello dai danni dell’invecchiamento, l’interazione con il mondo digitale sembra fare lo
stesso. Ma c’è un dettaglio fondamentale: a far bene non è l’uso “passivo” (come lo scrolling infinito di video), bensì lo sforzo attivo richiesto per navigare in un ambiente digitale in continua evoluzione.
Quante volte vi siete sentiti frustrati perché un aggiornamento ha cambiato l’interfaccia della vostra app preferita? O perché non riuscivate a collegare il telefono al Wi-Fi? Quella frustrazione, paradossalmente, è la vostra salvezza. Risolvere piccoli problemi tecnici, imparare a usare nuove funzioni o gestire la sicurezza dei propri account sono attività che richiedono un alto livello di “complessità cognitiva”. In quel momento, state esercitando la memoria di lavoro, l’attenzione selettiva e le funzioni esecutive. È, a tutti gli effetti, una forma di “palestra” che mantiene i neuroni flessibili e pronti a rispondere alle sfide.
Oltre i benefici delle attività tradizionali
Rispetto ad attività tradizionali come i cruciverba (che riducono
il rischio di demenza del 31%) o l’attività fisica (35%), l’impegno tecnologico quotidiano mostra un impatto
del 58%, superando persino i benefici legati a un alto livello di istruzione formale (47%). La tecnologia ci
costringe ad adattarci costantemente, un processo che i ricercatori chiamano “adattamento dinamico”. In un
mondo digitale dove nulla rimane uguale per più di sei mesi, il cervello di un anziano che non si arrende
all’obsolescenza è un cervello che sta attivamente costruendo resilienza.
Questa ricerca sottolinea che la biologia non è un destino ineluttabile. La capacità di imparare nuove
tecnologie in età avanzata è stata particolarmente evidenziata durante la pandemia, quando milioni di
anziani hanno adottato strumenti di videochiamata. Questo impegno non solo ha ridotto l’isolamento, ma ha
fornito una stimolazione intellettuale superiore a molti hobby analogici. Ogni volta che affrontate un
problema tecnico, non state solo riparando un dispositivo: state allenando il vostro cervello.
Bibliografia di riferimento
• Benge, J. F., & Scullin, M. K. (2025). A meta-analysis of technology use and cognitive aging. Nature human behaviour, 9(7), 1405–1419. https://doi.org/10.1038/s41562-025-02159-9
• Oxford University Press (2024). Word of the Year: Brain Rot.
• Stern, Y., et al. (2023). Cognitive reserve and resilience to Alzheimer’s disease. Nature Reviews
Neurology.
• Thoreau, H. D. (1854). Walden. (Per l’origine storica del termine “brain rot”).

