Cellule Millenarie – di Giorgetta Dorfles

Per parlare di salute ci affidiamo questa volta al parere del dottor Giovanni Oliviero Panzetta, che è stato primario di nefrologia e dialisi per 22 anni ed ora dirige corsi di nutrizione ed attività fisica e ha attivato un’associazione per la prevenzione e la cura del sovrappeso e dell’obesità. Il discorso del dottore inizia con una dichiarazione abbastanza sconcertante: le nostre cellule non si sono affatto adeguate ai nostri tempi, ma sono rimaste uguali a quelle dell’età della pietra. Noi viviamo a tutti gli effetti in un’era considerata spaziale, ma il nostro fisico è ancora quello dell’ homo sapiens. Questo significa che, nella civiltà delle macchine, ci stiamo costringendo ad una condizione innaturale, e finché non ci trasformeremo in androidi (e i progressi della robotica fanno ben sperare) le nostre cellule saranno destinate a soffrire.

Questa amara affermazione si basa sul fatto che il nostro corpo è costruito per una vita dura, dove il lavoro costa fatica ed è difficile procurarsi il cibo, dove non si gira in macchina e ogni mansione costa un elevato livello di energia. La dimostrazione è facile: ancora 100 anni fa, in una civiltà rurale e contadina, in una società preindustriale con poche macchine da lavoro e mezzi di trasporto, la popolazione era molto più sana e longeva; le malattie tipiche della società del benessere, diabete, aterosclerosi, obesità, erano quasi inesistenti. Per approfondire questa correlazione gli scienziati hanno trovato nell’isola di Okinawa, nell’Oceano Pacifico, una sorta di laboratorio spontaneo. L’isola infatti, che è passata da un iniziale modello di vita primitiva all’occupazione americana dopo la seconda guerra, con la conseguente evoluzione della società sul modello statunitense, ha dimostrato che quando cambiano le condizioni di vita anche la salute delle persone cambia. E così si è passati dai record di longevità raggiunti in passato -ultracentenari 40 volte più frequenti sull’isola che in Giappone e addirittura il 15 % di tutta la popolazione mondiale di persone con 110 anni di età- ai tipici malanni dell’americano medio, disturbi vascolari, diabete e obesità.

Ma c’è un altro fattore esaminato dal dottor Panzetta. L’uomo è capace di sopravvivere grazie al possesso di particolari geni che assicurano la riparazione dei danni subiti dalle cellule, che nel corso della vita tendono naturalmente a deteriorarsi. Questi geni lavorano sempre spontaneamente, ma possono venire stimolati ad agire con maggiore efficacia in seguito alle sostanze che si liberano dai nostri muscoli quando cominciano ad essere sollecitati. Quindi l’attività fisica è fondamentale non solo per ridurre i fattori di rischio dovuti a una vita sedentaria (glicemia, colesterolo, obesità), ma anche per stimolare la riparazione dei danni subiti dalle cellule. Il rimedio principe è dunque, oltre alla regolazione dell’alimentazione, l’attività fisica che va coltivata a qualsiasi età. E gli anziani che criteri possono seguire? Ovviamente comportarsi in funzione dell’età e della condizione fisica individuale, e qui il medico di famiglia può essere il migliore consigliere, e sicuramente non esagerare, non pretendere dei risultati eccessivi. Il nuoto in piscina o una passeggiata di 40- 60 minuti di buon passo (senza farsi venire il fiatone) per 3-5 volte alla settimana, sono la ricetta suggerita dal dottore per chi ha più di 75 anni e vuole migliorare la salute senza controindicazioni, oltre ad avere più anni davanti a sé.

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