DE SENECTUTE, DONNE CHE INVECCHIANO – di Francesca Rigotti, G. Einaudi Editore

Il giornalista Mauro Portello di Doppio Zero ci racconta che il titolo della monografia riprende quello di M. T. Cicerone, che trattava dei lati positivi della vecchiaia, ma esclusivamente al maschile. L’Autrice, filosofa e docente universitaria, propone la versione al femminile dei pregi della vecchiaia ai nostri tempi. Rammenta come, nei millenni passati, fosse sempre fornita (dagli uomini) un’immagine negativa delle donne non più fertili, del loro “brutto” aspetto e del loro “cattivo” carattere. La professoressa Rigotti invita le donne a non trascurarsi, ad essere libere, creative, a non rinchiudersi esclusivamente nel ruolo di “nonne”. Il libro è solo di un centinaio di pagine, ma è ricco di contenuti ed è di stimolo per riflessioni ed approfondimenti ma possiamo leggere un’intervista da Letture.org

Prof.ssa Francesca Rigotti, Lei è autrice del libro De senectute pubblicato da Einaudi: ha senso parlare specificamente di vecchiaia delle donne?

Eccome se ha senso! Anche se io non penso assolutamente che le donne siano di una «natura» altra da quella degli uomini, e anche se mi piace dire che siamo tutti diversi come fiocchi di neve, la tradizione del passato e anche l’ideologia del presente non la vede così. È vero che tutti, uomini e donne, vivono l’ambiguità della vecchiaia: ce ne si lamenta, ma poi ce ne si fa vanto; si desidera raggiungerla, e poi, raggiuntala, la si maledice. Ancora, tutti, donne e uomini, subiscono i segni dell’invecchiamento: lo scemare delle energie, la solitudine, la nostalgia, la dipendenza da altri. Alle donne però è riservato un destino particolare di discredito, che nasce dal venir meno, con la menopausa, della capacità di procreare; nei contesti in cui procreazione e fecondazione, legate all’attrattiva esercitata dalla bellezza, sono preponderanti (e lo sono quasi ovunque), una donna vecchia, infeconda e priva dell’unica bellezza che conta, quella della giovinezza (che molte donne dunque cercano di conservare con tinture, creme, massaggi e lifting), non vale niente, non conta nulla. Sono per esempio convinta che se Hillary Clinton ha perso nei confronti di Barack Obama, e poi ancora di Donald Trump (sic), è perchè il primo aveva il fascino dell’uomo giovane e il secondo il fascino dell’uomo vecchio (più tanti soldi), davanti ai quali la donna vecchia non può competere.

Cosa significa la vecchiaia per le donne?
Mah, significa lo stesso che per gli uomini, direi. Quello che cambia invece è il modo nel quale è vista. L’uomo cresce in saggezza e persino in attrattiva, se si mantiene decorosamente, e diventa, se ce la fa, un «bel vecchio». La donna no, la «bella vecchia» non esiste, né l’età accresce la sapienza di lei, se questa consiste principalmente nella cura e nella assistenza non di sé ma di altri, come proclama per esempio la chiesa cattolica.

In fondo, la posizione della donna vecchia si modella sulla poco nobile dicotomia, che per secoli ha afflitto l’universo femminile, per cui la donna o è vergine o è puttana. In vecchiaia la vergine diventa una nonna rispettabile e senza sesso, mentre la prostituta – poiché la vecchiaia è considerata priva di sessualità esprimibile – si trasforma in vecchia zitella o strega. Si pensi a due figure provenienti dal mondo dei cartoni animati, anzi dalla medesima trasposizione disneyana della fiaba di Biancaneve, dove abbiamo due vecchie emblematiche, una buona e una cattiva, che ricalcano quei modelli: la fata Smemorina, grassoccia, coi capelli bianchi e l’aspetto benevolo, per quanto afflitta probabilmente da Alzheimer; e la strega Grimilde, rugosa, malvagia e gelosa della bellezza gelosa della figlioccia.

Quali difficoltà ulteriori, rispetto agli uomini, vivono le donne nell’età della senescenza?
La grande scrittrice e saggista nordamericana Susan Sontag parlava giustamente, in un suo articolo del 1972, del «doppio standard dell’invecchiare» riservato alle donne. Se l’invecchiamento è difficile per tutti – sosteneva Sontag e io incondizionatamente approvo – per le donne lo è un po’ di più. La vecchiaia -anche quella!- è una cosa da uomini, perché l’uomo è l’essere umano onnicomprensivo, è l’universale antropologico. Poi, forse, come sua estensione ed emanazione, di fianco, dietro, sotto, da qualche parte, appiattita sulla sua condizione fisica, biologica, corporea, c’è anche la donna. I soprusi nei confronti degli anziani esistono, ma ancora più forti sono quelli nei confronti delle donne anziane, che con l’età vengono considerate inguardabili e indesiderabili. Alcuni uomini con la vecchiaia raggiungono un nobile stato di grazia, sono presentati come saggi e affascinanti. Le donne no, se non in alcuni casi così eclatanti da non poter essere nascosti, e che in ogni caso valgono come eccezioni, conclude Sontag. È roba vecchia e superata? Non credo proprio, se non forse in alcuni contesti virtuosi.

Potremmo aggiungere che i media italiani, particolarmente retrogradi rispetto a quelli di altri paesi – io vivo in Germania e insegno in Svizzera e lo cònstato in prima persona -, non fanno mai vedere una donna, né giovane, né tantomeno anziana, per esempio tra gli opinionisti politici (un genere che nel Bel Paese si spreca), i quali peraltro e paradossalmente vengono intervistati da donne, non giovani ma giovanilizzate. Come se tale saggezza non competesse alle donne, chiamate invece a dir la loro su famiglia e talvoltà – bontà loro – scuola e poco altro. Adesso poi che Margherita Hack e Rita Levi Montalcini non sono più tra noi a fungere almeno da eccezioni, il panorama è totalmente sguarnito, come se altre donne autorevoli non ce ne fossero.

Quali sono i presupposti ideologici del giovanilismo imperante nella nostra cultura?
Il giovanilismo (
juvenescence, lo chiama, con termine latino anglicizzato, un suo teorico statunitense, Robert Pogue Harrison) è spietato con tutti, uomini e donne, talvolta caratterizzato come ageismo o discriminazione nei confronti degli anziani in generale, maschi e femmine e persino di tutto ciò che ha sentore di vecchio. Come se solo ciò o chi è giovane fosse più bello, colto e intelligente, come se essere giovane fosse un merito. E invece no. Non è un merito, è soltanto il fatto contingente di trovarsi in una fase della vita che le persone di una certa età hanno già attraversato. Dirò di più: temo questi reali o anche solo potenziali giovani presidenti del consiglio europei, quali l’austriaco Sebastian Kurz (31 anni) o l’italiano Luigi di Maio (che ha giusto un mese di più), entrambi senza cultura e senza pietà, e concludo con le parole di Cicerone, dal §42 del suo De senectute, ovviamente ben più solido e autorevole del mio: «Non con la forza o con la velocità o con l’agilità del corpo si compiono le cose grandi, ma col senno, con l’autorità, col far valere le proprie opinioni; e di tutto ciò per solito la vecchiezza non solo non è privata ma arricchita».

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