EPICURO E LA RICERCA DELLA FELICITÁ – di Carlo Della Bella

Epicuro di Samo, la polis nell’isola omonima dove due secoli prima era nato Pitagora (Samo 342 a.C. – Atene 270 a.C.) Epicuro fondatore dell’epicureismo, una delle grandi scuole filosofiche dell’età ellenistica, assieme allo stoicismo e allo scetticismo.

La scuola di Epicuro ad Atene si trovava in un luogo ameno, poco fuori dalle mura: il Képos (cioè Giardino), a rimarcare comunque la differenza e la distanza dalle scuole filosofiche ufficiali intra moenia, l’Accademia di Platone e il Liceo di Aristotele.

Controcomunità quella epicurea, diremmo oggi, aperta a tutti, anche alle donne (la frequentava anche la famosa etera Leonzia), e addirittura agli schiavi. Epicuro fu il primo filosofo a sostenere l’uguaglianza fra tutti gli esseri umani.

Epicureismo: una delle filosofie più osteggiate e condannate della storia. Già al suo tempo Epicuro fu screditato dalle scuole rivali, che misero in circolazione false lettere per diffamarlo. Poi trovò qualche famoso sostenitore in età classica, in primis Lucrezio e, a suo modo, Orazio. In seguito i Padri della Chiesa e il cristianesimo in genere ci andarono giù pesante: nel Medioevo la parola “epicureo” divenne sinonimo di “ateo ed eretico”. Dante colloca gli Epicurei nell’inferno. Dopo la condanna e l’oblio dei “secoli bui”, l’Umanesimo prima e l’Illuminismo poi videro la “rinascita di Epicuro”. Più vicino a noi, Leopardi, Marx e Nietzsche furono estimatori di Epicuro.

Ma cosa insegnava di così terribile Epicuro nel suo Képos? Purtroppo dei suoi scritti originali ci è stato tramandato pochissimo, quasi tutto è andato perduto, in particolare la grande opera “Sulla Natura” in 37 libri. Quanto ci resta sono solo tre lettere, che sono fondamentali per la ricostruzione dell’epicureismo, alcune raccolte di frammenti e fonti indirette, prima di tutte il grande poema “De rerum natura” di Lucrezio.

Epicuro partiva dalla fisica, cioè dallo studio della natura, da cui dipendeva secondo lui la morale. Egli condivideva l’atomismo materialistico di Democrito (riscoperto e apprezzato secoli dopo dagli scienziati e filosofi della rivoluzione scientifica), da cui ricavava elementi importanti per la sua etica. Infatti poteva sostenere: « Anche l’anima, come ogni cosa, è materiale. Essa è composta di atomi sottili e rotondi, molto mobili, diffusi in tutto il corpo e simili ad un soffio caldo.» Così egli poteva affermare serenamente: «Il più terribile dei mali, la morte, non è nulla per noi: infatti, quando ci siamo noi non c’è la morte, e quando c’è la morte noi non ci siamo più.»

Per Epicuro gli dei esistono: sono composti di atomi che continuamente si rigenerano, vivono negli spazi situati fra gli infiniti mondi, ma sono del tutto indifferenti alla sorte degli uomini, non si occupano minimamente delle nostre vicende. Non dobbiamo temere quindi “l’ira o l’invidia degli dei” [gr. thónos theón].

L’etica costituisce sicuramente il cuore della filosofia epicurea. Nella lettera a Meneceo possiamo leggere: «Meglio non avere fortuna, ma essere saggi, che essere fortunati e stolti… Non è possibile vivere felicemente senza vivere con saggezza, virtù e giustizia… Non si è mai troppo giovani né troppo vecchi per essere felici… L’uomo sereno procura serenità agli altri.» Massime auree, senza tempo. E poi il senso ultimo del fare filosofia: «La filosofia non dev’essere nient’altro che la ricerca della felicità… Infatti, se possediamo la felicità, non ci manca nulla; se ci manca la felicità, facciamo di tutto per raggiungerla.» Felicità, così traduciamo la parola greca eudaimonía, che però significa un po’ un’altra cosa, cioè: convivere, stare bene con il proprio daimon, che non vuol dire demone, ma spirito-animo, in ultima analisi serenità. In sostanza – ci dice Epicuro – eudaimonía, felicità è stare bene con se stessi.

Segue, nella lettera, la parte centrale dell’etica epicurea: che cosa sia per noi il bene. Epicuro afferma decisamente che per noi il bene consiste nel piacere [gr. edoné]. Qui occorre intenderci, perchè dai fraintendimenti (spesso in mala fede) di questa tesi sono derivate la condanna e la secolare “rimozione” dell’epicureismo.

Epicuro spiega chiaramente cosa egli intenda per “piacere”. Provo a riassumere: il piacere è un criterio di scelta, cioè si tende al piacere e si rifugge dal dolore; ci sono due specie di piaceri: il piacere stabile [gr. catastematico] e il piacere in movimento [gr. cinetico], legato in genere alla soddisfazione dei sensi.

Questo secondo tipo di piacere dura poco e lascia l’uomo più insoddisfatto di prima. Pertanto la felicità consiste nel piacere catastematico, stabile e duraturo, che si identifica in sostanza – spiega Epicuro – “nel non patire dolore e non subire turbamento” [gr. aponía e atarassía]; e il culmine del piacere – egli continua – “è la semplice eliminazione del dolore, in quanto fonte di turbamento”. Altro che orge e gozzoviglie epicuree!

«Bisogna considerare un gran bene – notava invece Epicuro – la non dipendenza dai desideri: non perchè ci debba sempre bastare il poco, ma perchè, se non abbiamo molto, il poco ci possa bastare.» Parole che, dopo millenni, continuano a suonare attuali.

Da quanto detto risulta chiaro che né Epicuro né l’epicureismo hanno insegnato “l’abbandono smodato ai piaceri” (secondo la tesi volgare e ingiusta che ha accompagnato questa filosofia nella storia), bensì il calcolo ragionato e la misura nei piaceri. Ora, questo calcolo – presupposto per l’equilibrio psicofisico o serenità – può essere dovuto solo alla saggezza [gr. sophrosyne], non alla sapienza [gr. sophía], con cui le scuole filosofiche classiche identificavano la filosofia. «Dalla saggezza – scrive Epicuro – nascono tutte le altre virtù.»

Ancora – in merito alla famosa (e scandalosa) tesi epicurea che identifica il bene col piacere sensibile – Epicuro scrive a Meneceo: «Io non so concepire cosa sia il bene, se prescindo dal piacere: piaceri dei sensi, piaceri dell’amore, piaceri che derivano dalla musica o dalla contemplazione della bellezza.» Tutti questi sono sì piaceri sensibili, ma sono anche piaceri spirituali, perchè toccano e fanno vibrare l’anima: Epicuro concepisce l’uomo unitariamente, senza distinzione o separazione tra anima e corpo. Così per lui la filosofia non è solo esercizio intellettuale, ma diventa anche pratica esistenziale, cioè un modo di vivere.

Due ultime cose. L’amicizia [gr. philía] era per Epicuro un bene in sé: «Di tutte le cose che la saggezza ci offre per una vita felice, la più grande è l’acquisto dell’amicizia… che è fatta per darci gioia l’un l’altro.» Di questo testimonia l’atteggiamento fraterno e affettuoso di Epicuro nei confronti dei discepoli-amici del Képos. Infine nella controcomunità dei filosofi del Giardino vigeva il rispetto per gli animali (i quali ricercano il piacere e si sforzano di evitare il dolore, come fanno gli uomini) e di conseguenza il vegetarianesimo alimentare.

Forse non appare fuori luogo, ancora oggi, seguire i reali insegnamenti della saggezza epicurea.

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