La Catena Spezzata – recensione della Redazione

E’ uscito il nuovo libro della giornalista e scrittrice triestina Giorgetta Dorfles, una raccolta di racconti dal titolo “La catena Spezzata”, Gammarò novembre 2022, pp.151. L’autrice ha collaborato per la pagine culturali di varie testate cittadine ed ha al suo attivo altri tre libri: “Errata corrige- Reportage di una nevrosi” (2008), “La linea del tempo” , una silloge di poesie del 2011, entrambi per Il Ramo d’oro editore, e “Di tutti i peccati delle donne”, Manni 2019.

Ci sono tante catene spezzate nella nostra vita, per questo il titolo di uno dei racconti può estendersi a tutta la raccolta, come spiega la quarta di copertina, perchè “non sono solo le vite ad essere spezzate, per la rottura di un amore, di un’amicizia o di un congedo definitivo; a volte la scissione colpisce l’identità stessa delle persone, fino a superare il confine con la suddetta normalità”.

Questo è il caso di uno dei racconti più riusciti, “Bomba psichiatrica”, dove lo stile sincopato e grezzamente colloquiale rende bene la frammentazione mentale di un ex ospite del manicomio di San Giovanni, ma anche il suo smarrimento nella nuova condizione di libertà, e l’amarezza per la persistente condizione di emarginato. Una connotazione sociale che si estende ad altri racconti, che vorrebbero essere quasi una forma di riscatto per questi personaggi marginali e dimenticati dalla comunità civile. Così il
vecchio che viene espulso da un condominio per le sue innocue stranezze, o il presunto“matto” relegato in una casa di riposo, abbandonato dai parenti e dalle figure titolate a tutelarne la fragilità. I racconti più sentiti sono quelli più apertamente autobiografici, che descrivono l’evolversi del rapporto con i genitori e il loro benché tardivo riconoscimento. La madre, con cui l’autrice ha sempre sofferto di un rapporto conflittuale, solo in preda alla demenza senile può far emergere il lato sentimentale, soffocato da un carattere chiuso e soggetto alle asettiche convenzioni borghesi, riuscendo finalmente ad avvicinarsi alla figlia in una sintonia piena di commozione. Il padre invece, nella debolezza succeduta ad un infarto, può dismettere il consueto atteggiamento iroso e autoritario per avvicinarsi con empatia ai suoi simili nonché al mondo animale, e desistere dalla rincorsa frenetica del lavoro in una continua sfida con se stesso, estesa anche a una semplice gita nel Carso triestino.

Ed ecco Trieste, città dall’identità spezzata dalla storia, che non può che trasmettere ai suoi abitanti un imprinting di instabilità emotiva e che, con la sua lunga prossimità a un confine difficile, ha favorito l’emergere di soggetti borderline.

Se in questi racconti la catena spezzata si riferisce alle devianze psichiche o all’inevitabile congedo dai genitori, in altri si affronta il suo aspetto più tipico: la fine di un rapporto sentimentale. Qui emerge soprattutto la difficoltà di conciliare due esigenze di indipendenza perché, specialmente da parte maschile, è facile proclamare la propria apertura mentale in fatto di coppia, ma è difficile sottrarsi alla rassicurante
catena del possesso.

Concludono questa serie di racconti dei brevi apologhi che, in tono paradossale, vogliono spiegare in modo fantastico o quasi fantascientifico le nevrosi che possono insidiare la nostra vita.

Se queste storie, destinate a finire male, potrebbero conferire al libro un carattere troppo marcato di tristezza (ma come ha spiegato l’autrice nella presentazione alla Libreria Minerva sono stati scritti durante la pandemia e quindi risentono del clima generale di scoramento), le salvano gli sprazzi d’ironia, lo stile

lieve che non insiste sulla tragicità delle vicende, e il calore sviluppato da una forma di pietas, che accompagna da vicino tutti i protagonisti di questa catena esistenziale.

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