La Nuova Generazione – di Giorgetta Dorfles

E’ notorio che il fatto di andare in pensione può ingenerare depressioni e drastici cali di autostima: l’anziano si sente emarginato dalla società, a cui non può più contribuire con il suo operato, per cui si ripiega su se stesso. C’è anche chi rimugina sulla serie di malattie presenti o da venire, per poi esibirle come un vanto in una distorta brama di protagonismo.

Ma perché scartare le persone che sono ancora in salute e in grado di svolgere qualche mansione, seppure a passo ridotto? E’ l’America, ancora una volta a fare da apripista, un paese dove esiste una fluidità estrema nel campo del lavoro e quindi l’età dell’entrata in pensione non è così vincolante, anzi, esiste il divieto della “discriminazione generazionale”, che condanna il licenziamento coatto degli anziani come se fosse una sorta di razzismo.

Il nuovo corso nell’organizzazione delle attività produttive imporrebbe di distinguere i ruoli delle varie età nei luoghi di lavoro e di valorizzare i contributi che ognuno può dare. A questa tendenza si era ispirata anche Ursula Von der Leyen, quando era ministro del lavoro in Germania, che aveva lanciato un appello alle imprese per assumere gli ultracinquantenni, poiché si era dimostrato che così si poteva aumentare la produttività del 2 %. In che modo? Risulta che gli anziani arricchiscano l’ambiente lavorativo con il loro bagaglio di esperienze e relazioni, oltre ad essere più collaborativi perché non più assillati dalla smania di far carriera e ad essere più disponibili, sia negli orari che negli spostamenti, perché hanno meno vincoli familiari.

Questa sorta di rivoluzione si basa su un dato di fatto: esiste ormai una fetta di popolazione, che si estende dai cinquant’anni alla terza età, che non porta più il marchio dell’invecchiamento. Nel suo saggio “In our Prime: the invention of Middl age”, la sociologa Patricia Cohen postula la necessità di riclassificare la nomenclatura delle generazioni, per definire un fenomeno che non era mai esistito: il sempre crescente mantenimento di una forma fisica e intellettuale vari decenni dopo la fatidica soglia dei 50 anni. Del resto, nota la Cohen, le varie età sono solo delle convenzioni culturali. Infatti, quando i giovani venivano instradati al lavoro nei campi subito dopo la scuola, in pratica non esisteva l’adolescenza, che sarebbe derivata dalla società del benessere, in cui i figli possono prolungare gli studi e ritardare l’ingresso nella maturità. Perciò ora s’impone l’invenzione di una nuova fase della vita, “La Seconda età Adulta”, che presenta potenzialità e risorse sconosciute in passato.

Una ”generazione unica” specialmente fra le donne, come spiega la Cohen: “Una volta esauriti tutti i ruoli tradizionali, quando i figli ormai adulti hanno lasciato la casa, ci restano vent’anni e forse più da riempire in modo diverso”.

E’ la premessa per una nuova utopia: l’inserimento in massa in vari settori di attività dei volenterosi ultra sessantenni.

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