L’IMPORTANZA DELLA RELAZIONE CON UNA PERSONA ANZIANA AFFETTA DA MCI – di Mauro Cauzer, psicoterapeuta

L’acronimo inglese MCI, che indica Mild Cognitive Impairment, cioè un decadimento cognitivo lieve, é una condizione clinica caratterizzata da una sfumata difficoltà in una o più capacità cognitive (quali, ad esempio, memoria, attenzione o linguaggio) e risultante dai test neuropsicologici, che però non compromette le normali attività quotidiane di una persona.

Le persone con il decadimento cognitivo lieve di solito incontrano qualche difficoltà ad ultimare alcuni compiti complessi, che prima avevano sempre eseguito senza difficoltà, come occuparsi dei propri interessi, prepararsi un pasto oppure fare la spesa. Potrebbero necessitare di tempi più lunghi, oppure essere meno efficienti o fare più errori rispetto al passato nelle medesime attività, ma ciononostante mantenere la loro autonomia e indipendenza. A volte manifestano essi stessi preoccupazione rispetto a questo cambiamento nella qualità delle loro performance.

L’MCI è un fenomeno con molte sfaccettature e generalmente si riferisce a uno stato di transizione tra il normale invecchiamento e la demenza lieve.

L’esperienza clinica evidenzia un primo importante assunto, cioè che ogni persona invecchia con ritmi e modalità del tutto individuali, per cui non si può mai dare per scontato che se una persona ha molti anni sulle spalle avrà per forza un certo livello di decadimento somatopsichico. Sicuramente il processo di senescenza psichica è caratterizzato da una diminuzione più o meno marcata delle funzioni cognitive, ma anche gli aspetti emotivo-affettivi, che risentono dei cambiamenti intrinseci a questa stagione della vita, hanno una notevole influenza. Questo periodo è spesso segnato da situazioni di perdita e da abbandoni e, di conseguenza, queste carenze affettive rendono il soggetto sempre più depresso, più isolato e più distante dalla realtà, portandolo in un mondo interiore pieno dei fantasmi del passato, nel quale si ricreano esperienze già vissute, rapporti antichi con figure parentali importanti, gioie e dolori provati che hanno segnato un’esistenza.

Così il sistema relazionale dell’anziano con le persone dell’ambiente circostante è spesso costellato da incomprensioni, contrasti e conflitti, che rendono difficile una tranquilla convivenza e la riempiono di emozioni negative, vissute sia da parte del soggetto sia da parte di coloro che lo circondano. Tutto ciò è frequentemente legato a delle modificazioni comportamentali dell’anziano rispetto a quelle conosciute nel passato. Questi atteggiamenti non sono più ben compresi da parte delle persone vicine che possono destabilizzarsi di fronte a dei comportamenti cosi poco razionali e lineari, ma queste alterazioni talmente grossolane, anche nelle loro manifestazioni quotidiane, possono avere un loro senso se riusciamo a comprendere cosa avviene nel profondo della psiche dell’anziano stesso. Probabilmente queste alterazioni non sono altro che gli effetti evidenti di cause non facilmente individuabili da coloro che li osservano, ma che, invece, hanno una grossa importanza per l’economia psichica dell’anziano (Cauzer et al., 2003).

Possiamo affermare, dunque, che la natura del declino senile può essere attribuita a due fattori principali. L’uno di natura organica, che significa una perdita di sostanza cerebrale [l’invecchiamento fisiologico, il minor funzionamento dei neuroni, le carenze ed il rallentamento nella trasmissione degli stimoli nervosi, ecc.] e l’altro di natura funzionale. In questo caso, infatti, nonostante gli esami specialistici eseguiti non evidenzino, dal punto di vista anatomico, un’importante perdita delle funzioni mentali, si riscontra nel soggetto un comportamento che assomiglia molto a quello di coloro che presentano un vero danno organico. L’asse organico e quello funzionale non sono così separati tra loro come si potrebbe immaginare a prima vista, ma la funzione cognitiva e quella affettivo-emotiva agiscono in parallelo e si influenzano a vicenda osservano. Recenti studi delle neuroscienze (Vallar e Papagno, 2007) affermano che la funzione cognitiva risiede in prevalenza nella zona alta del cervello, nella corteccia cerebrale, mentre quella emotiva si trova nelle zone più basse, cioè nelle zone sottocorticali e nel tronco dell’encefalo. Queste due aree cerebrali sono tra loro in stretto legame e questa reciproca influenza è importantissima per un corretto e regolare funzionamento del sistema psichico e neurologico.

Di fronte alle sue diminuite performances cognitive l’anziano, per un meccanismo difensivo, potrebbe regredire a livelli di funzionamento ancora più bassi e ciò aggraverebbe ulteriormente la situazione con coloro che gli stanno intorno e instaurare così un circolo vizioso di incomprensioni, ulteriori sollecitazioni e comparsa di nuovi risentimenti. Al contrario, l’incoraggiamento e l’attivazione delle risorse emotive-affettive produrrebbe un senso di benessere nella persona anziana con riduzione dell’ansia e dell’angoscia e influirebbe positivamente anche sulle sue capacità intellettive.

Spesso osserviamo un recupero delle capacità cognitive in queste persone non appena si sentono capite e sostenute nell’affrontare le difficoltà che, ai loro occhi, risultano molto gravose. Se questo modo di comportarsi con l’anziano diventa costante, egli potrà raggiungere una maggior tranquillità interiore e, di conseguenza, avere migliori relazioni con gli altri. Questa sensazione di benessere produrrà un’ulteriore gratificazione rinforzando l’autostima dell’anziano e così potrà innescarsi un circolo virtuoso con ulteriori miglioramenti, sia sotto il profilo affettivo-relazionale sia sotto quello intellettivo-cognitivo. Dunque queste trasformazioni nella sfera cognitiva e in quella emotivo-affettiva si influenzano reciprocamente e si compensano.

Nella loro esperienza clinica gli studiosi, osservando attentamente il comportamento di persone deteriorate mentalmente durante lunghi archi di tempo, hanno notato come in alcuni periodi esse appaiano ben orientate e lucide, mentre altre volte sembrano disorientate e confuse, impegnate in un continuo tentativo di ritrovare i frammenti del proprio Sè e rimetterli insieme. Se si offre al soggetto, caduto in questa situazione di frammentazione della propria identità, la possibilità di relazionarsi con una persona che si propone come oggetto ausiliario, in un clima transferale favorevole e non violento, la ricerca estenuante di sé si attenua e l’economia psichica dell’individuo viene ad esserne notevolmente modificata (Le Goues, 1995). Per oggetto ausiliario intendiamo una persona che si presti a farsi investire di significati affettivi come lo è stata la madre nei primissimi stadi della vita di un bambino. La madre viene indicata, in questa teoria relazionale, con il sostantivo di primo oggetto. Date le condizioni di estrema dipendenza della persona deteriorata, specie se gravemente, l’oggetto ausiliario funziona come sostitutivo del primo oggetto, per estensione primo caregiver, e si assiste spesso al ristabilirsi di una relazione oggettuale più duratura.

Vogliamo meglio spiegare attraverso quale processo psicodinamico la fiducia di base si trasferisce sulla figura del caregiver. La perdita di persone significative (coniuge, amici, parenti) produce un’angoscia legata alla perdita dell’oggetto e quindi verrà messa in atto un meccanismo di difesa chiamato regressione, con cui l’anziano ritorna ad una condizione quasi infantile di dipendenza. L’investimento emotivo poggia sia sul piacere di percorrere un sentiero già conosciuto, quello dell’infanzia, e ritrovare narcisisticamente sé stessi, sia sul piacere di poter ritrovare ancora l’oggetto a condizione che questo sia familiare, rassicurante ed affettivamente presente. Il caregiver diventa quindi l’oggetto esterno di sostegno, un Io ausiliario, ovvero colui che fornisce un appoggio e una solidità psicologica all’anziano, essendo la sua stabilità psichica molto vacillante. Il caregiver diventa il veicolo attraverso cui l’anziano, inconsciamente, consolida i suoi meccanismi di compenso e le sue risorse residue e, al tempo stesso, riduce la sensazione di ansia e di abbandono derivanti dalla percezione della riduzione delle sue capacità psicofisiche, dal calo di autostima e dalla perdita di figure significative e rassicuranti della sua realtà quotidiana. Tutto ciò comporta, oltre all’attenuazione dell’angoscia, l’abbandono degli atteggiamenti regressivi e depressivi e la persona ricomincia ad investire affettivamente la realtà interna ed esterna riprendendo la formulazione del proprio pensare.

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