Prima o poi tutti diventiamo caregiver – della dott. Cerise Chantal- la Casa del Caregiver- Valle d’Aosta

Tutti prima o poi diventiamo Caregiver, è inutile ritenere che si tratti di una
condizione passeggera oppure, speranza ancora più vana, sperare che a noi non
toccherà: si tratta di una evidenza della nostra natura umana, di essere sociali. Allora
perché nonostante questa evidenza non mettiamo in pratica nessuna azione,
prevenzione, formazione per alleggerire il carico emotivo e psicologico che arriverà?
Confesso una mia convinzione maturata sia da caregiver che nella mia esperienza di psicologa: mitigare, gestire questa condizione di vita in modo diverso è possibile.
Un figlio caregiver degli anni 2000 è un figlio diverso rispetto al figlio anni 1960: la
società è cambiata, i modi di vivere sono cambiati e, con loro, il modo di vivere la
propria famiglia. Ormai non ci si ritrova più a vivere “ sotto a un solo tetto” e la vita
molte volte ci impone di andare lontani per lavoro, oppure la situazione economica
impone che tutti lavorino, senza lasciare persone a casa a disposizione per
l’assistenza: questo influisce pesantemente sulla presa in carico dei nostri genitori e,
spesso, non si può rinunciare al lavoro per assistere un caro, malato o debilitato. Un
altro aspetto di non poco conto riguarda il fatto che un tempo le donne erano il fondamento della gestione familiare, ora invece un caregiver può essere anche un figlio maschio, proprio per i motivi elencati brevemente.
La società, quindi, è cambiata ma, insieme alle nuove difficoltà esistono però anche
strumenti di aiuto e sostegno che un tempo erano impensabili: allora perchè i figli
faticano a diventare caregiver?
Pensiamo ad un figlio che abita poco lontano dalla mamma over 80 ancora
autonoma, ha una moglie e figli ormai adolescenti. La mamma richiede
silenziosamente la sua presenza costante perché orgogliosamente non vuole aiuti e
se li accetta allora li desidera esclusivamente e insistentemente da lui che si ritrova a
dover fare tutto da solo. Qual’è allora la difficoltà? Il gioco dei ruoli continua ad
essere mamma-figlio e non due adulti alla pari: il tempo si è fermato e la mamma
continua a sentirsi in un ruolo predominante e impone il suo volere al figlio che deve
obbedire ed essere al suo servizio. Si tratta di vincoli, e non di legami costruiti in modo paritario, che non consentono al figlio caregiver di prendere decisioni, di essere autonomo agli occhi della mamma che ha un ruolo costantemente di superiorità.
Questo porta a frustrazione, a un sentimento di incapacità e di insufficienza nel
figlio che viene trattato ancora come un bimbo che viene messo in castigo se non si
comporta bene, che non sa cosa scegliere se non c’è la mamma, che viene sgridato
e messo all’angolo…e magari quel figlio è padre a sua volta, ha una vita autonoma,
un lavoro. Il sentimento creato oscilla dalla frustrazione al senso di inadeguatezza fino alla rabbia e può portare al rifiuto della situazione in cui versa la mamma. Dunque l’indipendenza è un grosso problema nell’assistenza dei propri genitori.
Molti sono i testi a cui poter fare riferimento per capire da dove possa arrivare questa
situazione di non indipendenza rispetto ai genitori o, più in generale, delle possibili origini di questi rapporti difficili, per non dire malati. Uno di questi rapporti ha catturato la mia curiosità: racconta di ferite morali, caratteriali che si riflettono addirittura nello sviluppo fisico. Ognuno di noi è plasmato fin dalla nascita dai comportamenti riflessi dei propri genitori che, a loro volta, rispecchiano le modalità di accudimento dei loro genitori creando così una catena intergenerazionale.
Conoscere queste dinamiche in modo positivo e propositivo può aiutare sicuramente a dare una svolta al nostro essere caregiver!
La mia osservazione dei caregiver finora incontrati rileva la correlazione tra le
ferite subite e il loro modo di farsi carico moralmente e fisicamente dei loro cari, oltre
al modo di affrontare la situazione. Ebbene la maggior parte dei caregiver,
involontariamente, aveva sperimentato o provava qualcosa legato ad una ferita: abbandono, rifiuto, ingiustizia, tradimento, umiliazione … tutto porta o deriva dagli atteggiamenti subiti che hanno determinato una ferita inevitabile: malattie, postura, stato d’animo.
L’osservazione e la voglia di entrare in questo argomento a tratti strano, mi hanno
permesso di capire meglio il mondo del caregiver: le difficoltà non
emergono solo perchè non si ha “un buon rapporto” o si vive lontano, ma dipendono
dalle nostre origini che hanno plasmato le nostre ferite e queste si riflettono sul peso
della gestione quotidiana dei nostri genitori. Essendo la ferita difficilmente cancellabile, come è possibile vivere diversamente il ruolo di caregiver facendo amicizia con il passato e gettare un ponte costruttivo ed etico con il nostro caro ? Occorre riscoprirsi, avere il coraggio di cercare dentro di sé fatti ed emozioni che non vogliamo sentire e rivivere e analizzare avvenimenti del passato che ci portano ad essere i caregiver di oggi. Occorre coraggio, ma si raggiunge il massimo senso di altruismo perché, al contempo, agiamo sia per noi che il nostro caro il quale per invecchiare e affrontare nel miglior modo possibile l’avanzare dell’età ha bisogno di essere circondato da sentimenti positivi e non da rabbia, rancore o subire vendetta.
Un esempio? Un uomo di circa 40 anni con il desiderio di tenere
accanto a sé la propria famiglia e di sentirsi rassicurato da questa vicinanza e dunque non vuole fare il caregiver perché questo porterebbe via tempo alla sua
famiglia e ciò lo spinge ad odiare i suoi vecchi genitori. Una situazione conflittuale
perchè da un lato vuole tutti i parenti vicini e dall’altro vuole essere libero da impegni. In questo caso, però, l’uomo ha avuto la forza di rivolgersi a qualcuno
per capire e affrontare l’origine di questo suo sentimento così distruttivo. E’
emerso che è stato lasciato solo nei primi 3 anni di vita perché la sua mamma era
in ospedale per un problema di salute, il papà era assente e le uniche figure che lo hanno cresciuto erano la nonna e la zia che però non hanno mai colmato quel vuoto d’amore. Questa mancanza si è tramutata in odio verso i genitori e ci si chiede allora come potrebbe essere d’aiuto ai suoi genitori se non aiuta prima sé stesso ad accettare di essere stato abbandonato.
Bisogna affrontare le proprie paure, i rapporti del passato, elaborare una accettazione
amorevole, recuperare la propria indipendenza e autonomia, l’autostima e la fiducia in
sé stessi e nella vita. Ma è necessario un primo passo e chiedere aiuto con coraggio, senza chiudersi in sé stessi e piangere.

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