Rughe

Rughe, capelli bianchi, sguardo stanco ma ancora penetrante, il ricordo di ogni istante stampato sul volto. Quel tremolio nella voce e i pensieri che cominciano a confondersi tra loro. Quelle mani solcate dagli anni, quelle mani leggermente aperte, pronte ancora a trattenere la fatica di sè stessi; ogni dettaglio rispecchia le azioni passate, segno indelebile velato di malinconia.

Ho ancora nelle orecchie l’eco sibilante di un filo di voce che cerca di affiorare da un sottofondo fastidioso: un uomo davvero vecchio che fa la sua ultima apparizione in pubblico, ammalato di quel terribile tremore. Il sottofondo era la sua carrozzella, agitata dallo sforzo di pronunciare quelle parole e dalle sue mani in primo piano, senza più controllo. Quell' uomo era Dalì. E, unito a quest’immagine, il commento immediato di mia mamma:

“Quante cose avevano creato quelle mani e guardale ora…”. Mi ricordo, da vecchie foto, i suoi baffi, quando quelle mani erano ferme e trattenevano con sicurezza il pennello: stavano diritti, appuntiti, rivolti verso il cielo, sfidando qualsiasi legge di gravità. Erano sottili ma trattenevano al loro interno la forza delle corna di un toro, a cui assomigliavano. Quella forza si era ormai spenta, i baffi erano bianchi, scorciati, folti, non erano neanche l’ombra del genio che li indossava. Non c’era più lo sguardo guizzante. E il suo ultimo ricordo era rivolto alla sua terra, alla Spagna, alla Catalogna. L’unica coscienza che traspariva da quelle parole, era la sicurezza che presto anche lui sarebbe diventato tutt’uno con la sua terra. L’insicurezza e la certezza combattono sul volto di una persona, increspando e coprendo di macchie quell’involucro sottile che ci accompagna. La mente, accompagnata da ricordi, non riesce più a focalizzarsi nitidamente, così come la vista, impegnata continuamente per troppo tempo. Per la vista esistono gli occhiali. E per la mente…? Una scorpacciata di pillole di diverso colore scandisce la giornata e si sfuma con il grigiore fuori dalla finestra, dentro al cuore. La paura di diventare soprammobili scorre nell’impossibilità di compiere le più piccole azioni e il bastone si piega dallo sforzo di rialzarsi. Niente è come prima, ogni azione è rallentata dal tempo. Tutte le ossa cominciano a “parlare” mentre la voce e il respiro si fanno fiochi, tristi. Nessuno sembra più ascoltare quel suono. Soltanto il medico, con il suo freddo stetoscopio, presta orecchio. Ma sfila solamente il conto e la sua diagnosi: altre pillole per completare l’arcobaleno. E il cuore si stringe e cerca spazio all’interno di un corpo che si piega; sembra quasi che rallenti, per non disturbare. Il cucchiaio da portare alla bocca diventa un’impresa e il bavaglino che si è costretti ad indossare riempie ancor di più la vita di contraddizione: l’infanzia di chi non più in grado di essere autosufficiente. E poi mi viene in mente un’altra persona. Dalì lo adorava. Tutti lo adoravano. Soprattutto le donne. Scopava fino a novanta anni. Altro che ossa “parlanti” e mani tremolanti… Con una mano la sigaretta e il pennello e con l’altra il fondoschiena di una ragazza. Eppure il tempo era passato anche per lui, sig. Pablo Picasso! Conoscevo di persona una signora, si chiamava Gioconda (tanto per restare in tema…). Ogni giorno prendeva la corriera delle quattro e venti per essere a casa dei nipoti alle sei. Colazione sul tavolo quando si svegliano, si intende. I genitori lavoravano quindi spettava a lei l’educazione dei nipoti, il pranzo, le faccende di casa, la spesa. Mai una smorfia, sempre con il sorriso sul volto e “naturalmente”, tra le labbra, una sigaretta. Fumava tantissimo. Era sottile come un’acciuga e aveva una camminata veloce, spedita. A scapito di tutti gli studi sul fumo possibili, non so se esista una certa connessione tra energia vitale, longevità e sigaretta in mano… A sera, prima di cena, la vedevo “marciare” verso la stazione delle corriere per tornare a casa: più di trenta chilometri! E il rituale si sviluppava ogni giorno e non so ancora di preciso per quanti anni l’ha fatto. Mi chiedo ancora “ma chi le donava tanta energia?” Certo, era un po’ ricurva e dolorante ma aveva anche più di ottant’anni ed era malata. Ma di certo non si lamentava con chi incontrava per strada. L;ha uccisa il fumo. Non l’invecchiamento.

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