UOMINI E TOPI – di Ferdinando Schiavo, neurologo dei vecchi

Rubo il titolo a John Steinbeck, ma avrei potuto usare un’altra intestazione, un altro tormentone che mi assilla tramite mail e waths app: “Che ne pensi?”

Da qualche settimana sono perseguitato da amici e familiari di pazienti a proposito della scoperta fatta da un team italiano: uno studio congiunto Istituto Besta e Mario Negri, pubblicato in agosto di questa calda estate del 2022 sulla rivista “Molecular Psychiatry”, mostra risultati promettenti per lo sviluppo di una strategia di cura della demenza di Alzheimer nella fase precoce, dimostrando l’efficacia di una nuova molecola somministrata per via intranasale in un modello animale. Ebbene, sembra una strategia promettente ma, come avviene nella scienza, deve essere sviluppata passando attraverso la sperimentazione nell’essere umano. Per far comprendere che il salto dal roditore all’uomo non sempre è agevole, vi riassumo un mio articolo che riguarda… anche i topi. In breve, qualche decennio fa negli USA si rivelarono alcuni casi di malattia di Parkinson giovanile in comunità di tossicodipendenti che facevano uso di una droga oppiacea, la meperidina (MPPP). Barry Kidston, studente di chimica di 23 anni, sintetizzò nel piccolo laboratorio di casa la MPPP e si iniettò il prodotto. Purtroppo produsse accidentalmente anche la MPTP, sostanza simile alla precedente ma in grado di provocare nel giovane in breve tempo la comparsa dei sintomi classici della malattia di Parkinson. Il National Institute of Mental Health trovò tracce di MPTP nel suo laboratorio, sperimentò la sostanza sui ratti ma non evidenziò dati interessanti che la collegassero alla malattia dell’uomo. E la faccenda si chiuse lì.

Qualche anno dopo a sette californiani fu diagnosticata la malattia di Parkinson dopo che avevano fatto uso di MPPP contaminato con MPTP a causa dello stesso errore nel procedimento chimico di sintesi illegale. Stavolta il neurologo J. William Langston confermò che la sostanza responsabile era certamente l’MPTP: aveva verificato i suoi effetti, infatti, sui primati, le scimmie, molto più vicine a noi rispetto ai roditori. L’MPTP ha, quindi, la proprietà di provocare la morte delle cellule dopaminergiche della sostanza nera, un’area di neuroni produttori di dopamina posta nella profondità del cervello, in maniera del tutto simile alla “vera” malattia di Parkinson. Per tale motivo da allora viene impiegata per creare modelli sperimentali della malattia nella scimmia, permettendo un ampliamento delle conoscenze di questa drammatica malattia.

Il preambolo americano, per quanto affascinante e nello stesso tempo doloroso, non è fine a sé stesso. Serve a enunciare un’altra verità. Si ritiene, infatti, che sostanze simili alla MPTP facciano parte della struttura chimica di alcuni erbicidi (ad es. il Paraquat) impiegati per molti decenni in Europa fino a pochi anni fa: è un dato inquietante che conferma riscontri provenienti da lavori scientifici degli anni settanta relativi ad una maggiore incidenza di malattia di Parkinson in persone che hanno vissuto in un contesto agricolo. In conclusione, tentiamo di fare uso di una delle parole che stanno scomparendo, insieme ad altre (https://www.perlungavita.it/argomenti/salute-e-benessere/1423-viaggio-tra-le- parole-che-stanno-sparendo-responsabilita-formiamo-un-muro-contro-gli-irresponsabili), la pazienza!

L’articolo sulla MPTP Story può essere letto nella sua estensione in
https://www.perlungavita.it/argomenti/salute-e-benessere/746-merendine-e-parkinson

Materiale tratto in parte da Malati per forza: gli anziani fragili, il medico e gli eventi
avversi neurologici da farmaci, dello stesso autore. Maggioli Editore 2014

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