Viva la Vendemmia – di Milvia Minen

Un vecchio vignaiolo ha voluto condividere i suoi ricordi.

All’epoca della vendemmia tutto il vicinato, grandi e piccoli, veniva chiamato a raccolta. Il compito dei grandi era quello di riempire le “brente”, una specie di gerle di legno, mentre ceste cestini e secchielli aspettavano i più piccoli. Qualche brenta aveva gli spallacci, come i moderni zaini, e quando era il momento di vuotarla nel “tinazzo”, la grande botte di raccolta dell’uva, si assisteva quasi a un passo di danza. Infatti, partendo da un inchino, i grappoli scivolavano dolcemente dalla brenta al contenitore.

L’allegria cominciava con la pigiatura. I ragazzi, a piedi nudi e coi calzoni rimboccati, entravano nella grande botte e schiacciavano i grappoli con il massimo entusiasmo. Una gran merenda coronava tutte le fatiche. Le fisarmoniche invitavano a ballare suonando il valzer o delle musiche slave. In questo contesto era facile che nascessero dei piccoli flirt, che si supponeva non sarebbero sopravvissuti neanche alla bollitura, quei tre o quattro giorni in cui l’uva schiacciata restava a bollire. Quindi, sotto l’occhio esperto del mastro vinaio, cominciava il lento e graduale processo di vinificazione.

Spillatura (forare la botte con uno spillo per assaggiare il vino), torchiatura, a mano quella volta, per separare le bucce dal succo d’uva, 40 giorni di riposo per far depositare la feccia, (che non è la parte spregevole della società, ma il residuo melmoso che ristagna sul fondo), altre successive spillature, sempre con molta attenzione alla temperatura e alla luna. La spillatura veniva infatti eseguita nell’ultimo quarto di luna calante. Le fasi di questo astro, del resto, sono sempre state osservate dalla tradizione rurale per propiziare la semina, il raccolto e le varie operazioni agricole. La scienza, in realtà, non ha mai confermato la validità di questi abbinamenti: superstizioni o atavica saggezza?

Finalmente ecco San Martino, 11 novembre. Il vino nuovo poteva allietare le “osmize”(punto di ristoro rustico tipico della provincia di Trieste), accompagnato dal prosciutto del contadino, dalle tradizionali uova sode, dal radicchietto dell’orto. La festa si concludeva in genere con una cerimonia proibita, Nonostante le autorizzazioni assai restrittive e le tasse piuttosto onerose, quasi tutti si nascondevano nelle cantine per distillare la grappa dalle vinacce. Via la testa, la prima parte del distillato, via la coda, l’ultima parte, ed ecco uscire l’acqua vite, capace di guarire tutte le tristezze dell’anima e i dolori del corpo.

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